Blogger e moda
La moda scopre il potere dei blogger. Almeno negli Stati Uniti. A testimonianza della loro importanza vi sono due fatti. Da un lato il passaggio ai posti di prima fila delle sfilate di moda, accanto a giornalisti ed editori delle più blasonate testate specializzate, dall'altro - in maniera circolare - l'attenzione dedicata da un prestigioso giornale come il "New York Times" a questo fenomeno.
L'articolo è veramente interessante. Eccone due passaggi:
Più sotto la più mite ripresa da parte del Tg2 (edizione serale) del 26 dicembre
L'articolo è veramente interessante. Eccone due passaggi:
But it is somewhat surprising that designers are adjusting to the new breed of online reporter more readily than magazines, which have been slow to adapt to the demand for instant content about all things fashion. Blogs are posting images and reviews of collections before the last model exits the runway, while magazine editors are still jockeying to feature those clothes in issues that will be published months later.
So it is not without reason that some editors feel threatened, or that seasoned critics worry that they could be replaced by a teenager. The designers and publicists who once quivered before the mighty pens are now courting writers from Web sites that offer a direct pipeline to potential customers. Sure, magazines and newspapers have started their own blogs and tweets, but reading them, you often sense a generational disconnect, something like the queasy feeling of getting a “friend” request from your mother on Facebook.
Più sotto la più mite ripresa da parte del Tg2 (edizione serale) del 26 dicembre
Etichette:
Blog,
Blogosfera,
Editoria,
Giornalismo,
Moda,
New York Times,
Social media
Lawrence Lessig Remix
Image via Wikipedia
Il punto da cui il volume prende le mosse è la critica all'utilizzo della metafora della "guerra" nella descrizione e nella comunicazione del confronto/scontro sul diritto d'autore consguente alle pressioni esercitate dalle tecnologie digitali su modelli di business consolidati (da ormai quindici anni). Una metafora quella della "guerra", utilizzata spesso dall'industria (il riferimento è qui ai discorsi di Jack Valenti, a lungo presidente dell'MPAA) per giustificare quell'eterogeneo insieme di iniziative (tecnologiche, giudiziarie e di lobbying) volte a puntellare un sistema (e i flussi economici ad esso collegati) che nelle sue linee fondamentali risale al XVIII secolo.
Lessig sottolinea la problematicità di questa metaforizzazione soprattutto quando cessa di essere un artificio retorico (per smuovere opinione pubblica e governo) e si trasforma - all'estremo - in un mantra a sostegno di un'inesorabile azione repressiva e conservatrice.
Come per ogni guerra bisogna infatti domandarsi cosa guadagnamo e cosa perdiamo, quali i benefici e quali i danni (e se i primi sono superiori ai secondo). Soprattutto se si tiene conto che la maggior parte dei giovani, a seguito delle opportunità offerte dalle neuove tecnologie, instaura oggi una relazione con i contenuti mediali che rischia di violare le vigenti normative e di essere sanzionabile.
Scrive Lessig:
Dal mio punto di vista, la soluzione al problema di una guerra che non possiamo vincere non è quella di sferrarne una ancora più vigorosa. Almeno nei casi in cui non si tratta di una guerra per la sopravvivenza, la soluzione è quella di optare per la pace, e successivamente di trovare dei modi per raggiungere senza alcuna guerra i fini a cui mirava il conflitto [...]La lettura si preannuncia quindi estremamente interessante
Questa guerra è particolarmente insensata in quanto esistono mezzi pacifici per raggiungere quasi tutti gli obiettivi, o quantomeno tutti quelli legittimi. Gli artisti e gli autori devono essere incentivati a creare. Siamo in grado di studiare un sistema che faccia esattamente questo, senza criminalizzare i nostri ragazzi. Nell'ultimo decennio, alcuni dei maggiori esperti statunitensi hanno svolto un lavoro straordinario, dalla mappatura allo studio di alternative al sistema in vigore. Tali alternative conseguirebbero gli stessi fini a cui mira il diritto d'autore senza trasformare in criminali coloro i quali naturalmente fanno ciò che le nuove tecnologie li incoraggiano a fare.
E' ora che prendiamo sul serio tali alternative. E' ora che smettiamo di sprecare le risorse dei nostri tribunali, dei nostri agenti di polizia e delle nostre università per punire un comportamento che non dobbiamo punire per forza. E' ora che smettiamo di sviluppare strumenti che non fanno altro che minare la straordinaria collettività ed efficienza diq uesto network. E' ora che dichiariamo una tregua e studiamo un approccio migliore. E studiare un approccio migliore significa ridefinire il sistema legislativo che chiamiamo copyright, o diritto d'autore, in modo tale che il comportamento diffuso e normale non venga definito criminale.
Etichette:
Copyright,
Industria culturale,
Jack Valenti,
Lawrence Lessig,
MPAA
![Reblog this post [with Zemanta]](http://img.zemanta.com/reblog_e.png?x-id=3a2dee97-b348-4a4a-9226-cd0f5892a42f)
